A ELIA
L’onestà vera nella famiglia mia quella più sincera l’ha dimostrata Elia Quando ancora era piccolo per una formazione completa partì in seminario per migliorare la vita. Da mAntonio Giuseppe Abis,
Tornare a studiare
TORNARE A STUDIARE Di Antonio Giuseppe Abis
Prefazione
«Invecchio sempre molte cose imparando» (γηράσκω δ ̓ αἰεὶ πολλὰ διδασκόμενος).1
Questo verso di Solone, grande statista e poeta ateniese vissuto nel VI sec. a. C., può essere assunto
a motto della vita di Antonio Giuseppe Abis che allo studio e alla curiosità di conoscere si è dedicato
– e si dedica – con passione e impegno esemplari.
Vita non facile quella di Antonio Giuseppe che, nato in un piccolo paese della Sardegna e presto
rimasto orfano di madre, come molti suoi conterranei lascia la sua isola bellissima e dura per
trasferirsi nella Milano operaia degli anni ’70 in cui il tempo del giovane è scandito dai ritmi faticosi
e martellanti del lavoro alle Ferrovie dello Stato nel reparto della ristorazione.
Antonio ha il diploma di Geometra e si è iscritto alla facoltà di Giurisprudenza ma il suo sogno più
autentico è da sempre quello di intraprendere gli studi classici, in primo luogo di frequentare il Liceo
Classico dove la sua fervida immaginazione poetica avrebbe modo di realizzarsi nutrendosi dei versi
e dei racconti dei grandi autori greci e latini.
Il tempo corre, mentre la vita di Antonio Giuseppe si snoda tra i turni nella ristorazione, gli studi
giuridici e gli affetti che lo tengono legato alla sua terra ma gli aprono anche nuove prospettive e più
forti responsabilità, al punto di convincerlo a tralasciare l’Università per dedicarsi interamente al
lavoro e alla famiglia che ha creato.
La famiglia riempie il suo mondo, nel lavoro la preparazione del cibo e la cura delle pietanze gli
donano soddisfazione, ma in cuor suo avverte ancora una sorta di vuoto che spesso si trasforma in
rimpianto: è un lato incompleto della sua personalità che lo spinge a cercare meglio in sé stesso, a
dissolvere le ombre che talora affiorano. È la nostalgia del tempo da riservare allo studio, il desiderio
di portare a compimento un progetto concepito tanti anni prima, più ancora il vagheggiamento di un
dialogo con i grandi poeti del passato in cui ricomporre la parte più profonda di sé.
È l’otium degli antichi che Antonio Giuseppe vagheggia, il tempo libero dagli impegni professionali
da dedicare alla cultura, a coltivare sé stessi nella dimensione di quella res publica maior di cui Seneca
tratta nel De otio:
Huic maiori rei publicae et in otio deservire possumus, immo vero nescio an in otio melius, ut quaeramus quid sit virtus, una pluresne sint, natura an ars bonos viros faciat; unum sit hoc quod maria terrasque et mari ac terris inserta complectitur, an multa eiusmodi corpora deus sparserit; continua sit omnis et plena materia ex qua cuncta gignuntur, an diducta et solidis inane permixtum; [...] inmortalis sit mundus an inter caduca et ad tempus nata numerandus.»2
1 Solone, fr. 8.
2 Seneca, De otio, 4, 2.
«Questa repubblica grande noi possiamo servirla sino in fondo anche nel ritiro, anzi non so se meglio nel ritiro, per ricercare in che cosa consista la virtù, se è una o molteplice, se la natura o l’istruzione rende rispettabili gli uomini, se è uno questo corpo che abbraccia i mari e le terre e ciò che c’è dentro il mare e le terre, o numerosi corpi di tal genere il dio ha disseminato; se la materia da cui traggono origine tutte le cose è tutta continua e piena, o discontinua e il vuoto è frammisto ai corpi; [...] se l’universo è immortale o è da annoverarsi tra le cose caduche e di breve durata».
Circostanze inaspettate spingono Antonio Giuseppe a conseguire in breve tempo la laurea in Giurisprudenza: la ripresa degli studi è inizialmente difficoltosa ma, grazie alla sua tenacia e al sostegno dei suoi cari, Antonio porta a termine gli esami e la tesi, soprattutto ritrova il desiderio, anzi la necessità di proseguire coltivando quegli studi classici che da ragazzo era stato costretto a tralasciare.
Ormai a riposo dopo tanti anni di lavoro, può finalmente impegnarsi in quell’otium da sempre
agognato. È ora il tempo salvato, il tempo ben speso che viene a colmare quel vuoto che ogni tanto
sentiva, a vincere il pungolo che talvolta lo inquietava.
Così compie tutto il percorso del Liceo Classico, dal ginnasio al triennio fino agli Esami di Stato, per
intraprendere subito dopo gli studi universitari in Lettere Antiche che completa rapidamente con la
Tesi Magistrale.
Percorso davvero straordinario quello di Antonio Giuseppe Abis, il quale nel frattempo compone e pubblica poesie e racconti che celebrano le tradizioni e le leggende della sua isola, contribuendo in tal modo alla conoscenza della lingua e della cultura sarda, non ancora diffuse abbastanza presso il grande pubblico come dovrebbero essere.
In molti autori antichi AntonioGiuseppe ritrova le proprie origini, la natura incontaminata della Sardegna, la vita dei pastori e i loro canti struggenti di lamento o di evasione dalle fatiche quotidiane. Così lo affascina la poesia di Esiodo (metà VIII sec. a. C.) con la descrizione della campagna assolata e del lavoro dei contadini che ne Le opere e i giorni trascinano una esistenza dura, gratificata solo da un raccolto abbondante o da un breve riposo. Allo stesso modo gli Idilli di Teocrito (III sec. a. C.) gli permettono di immergersi nel mondo dei pastori-poeti, del canto che consola delle durezze della vita. Antonio Giuseppe trasforma il mondo antico riattualizzandolo nel folclore della Sardegna e nella memoria delle origini.
L’apprendimento e la crescita culturale sono per Antonio Giuseppe un arricchimento continuo per una più profonda conoscenza di sé, della sua vita interiore e della realtà che lo circonda. Sono una risorsa per accogliere anche quelle ombre che a volte paiono sopraffarci, per scacciare i timori e le angosce: come nella Tesi Magistrale in cui affronta il tema della “morte apparente” (nel romanzo greco) per dimostrare quanto la letteratura possa non solo aprirci mondi sconosciuti ma soprattutto farci vivere meglio insieme alle ombre che ci abitano.
Per concludere, mi piace riportare il pensiero di un grande conterraneo di Antonio Giuseppe Abis, forse a tutt’oggi non sufficientemente letto e studiato:
Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (Antonio Gramsci).
Milano, 8 dicembre 2025 Maria Maletta
CAP 1
L’Esame di quinta ginnasio
Dopo le vacanze estive del 2011, come al solito trascorse in Sardegna, nella casa di Gonnostramatza, dovetti scegliere improvvisamente di andare in pensione. Avevo raggiunto il periodo massimo di contribuzione pensionistica e in aggiunta le disposizioni legislative sulle pensioni si approssimavano a un cambiamento peggiorativo. Il primo novembre di quell'anno mi trovai, a sessant’anni, in pensione senza quasi rendermene conto. Ero passato da un impegno giornaliero pressante e schizofrenico a un impegno leggero da dedicare solo alla famiglia. Passavo le giornate a leggere e a riguardare in Internet le declinazioni latine, abbandonate dai tempi della mia lontana terza media. In quella circostanza riaffiorò la malinconia e il rimprovero a me stesso e a chi non mi aveva saputo consigliare sulla scelta dell'indirizzo delle scuole superiori.
Senza molto riflettere mi ero ritrovato iscritto al corso geometri dell’istituto Lorenzo Mossa di Oristano, insieme a Giorgio e Assunta, compagni di scuola dalle elementari. Avevo raggiunto il diploma senza difficoltà e senza mai essere rimandato: subito dopo la maturità mi iscrissi, insieme al mio amico Giorgio, alla facoltà di ingegneria civile al Politecnico di Milano. Frequentai per un anno accademico tutte le materie previste dal corso di studi, ma con scarso successo. L’anno seguente partii per il servizio militare e mi dedicai interamente agli obblighi che esso comportava. Trascorsi quel
periodo lontano da ogni desiderio di studio, quello che avevo fatto fino ad allora mi aveva reso apatico e disinteressato a ogni tipo di attività. Alla fine del servizio militare, dopo una breve vacanza a Gonnostramatza, tornai a Milano, ripresi il lavoro di prima, quello di cassiere in una mensa delle ferrovie dello Stato; vivevo a Limbiate, a casa di mia sorella Maria Grazia e suo marito, e riflettevo sugli studi di ingegneria che avevo interrotto, ma non avevo voglia di riprendere.
Proprio nel periodo in cui bisognava iscriversi al nuovo anno accademico, venne come ospite a casa di mia sorella, un’amica di suo marito, Silvana, la mia futura moglie. Diventammo subito amici e nel giro di un anno convolammo a nozze: l’intesa fu subito perfetta e in breve tempo diventammo un’unica persona. Nell’anno accademico 1978/79, subito dopo la nascita di Martina, la nostra prima figlia, ci iscrivemmo insieme a Giurisprudenza alla Statale di Milano. Io continuavo a fare il cassiere in una mensa delle ferrovie dello Stato e essendo impegnato nei turni pomeridiani approfittavo delle mattinate libere per studiare, e nel giro di quattro anni feci venti esami su ventisei previsti per la laurea. A quel punto però mi dovetti fermare, in famiglia c’era bisogno di un marito e di un papà più presenti: rimandai a molti anni dopo la mia agognata laurea. Solo nel 2006 riuscii a riprendere in mano gli studi per terminare gli esami mancanti e preparare la tesi di laurea. Un successo incredibile che riempì di gioia me e tutta la mia famiglia; la realizzazione di questo desiderio aveva coronato un sogno insperato e indescrivibile. Il raggiungimento di questa laurea che mi aveva procurato una soddisfazione e una gioia infinita, allo stesso tempo aveva evidenziato un desiderio mancato, un vuoto nell’anima che non si sarebbe mai colmato: “non aver frequentato il liceo classico” era rimasto scolpito nel mio cuore in maniera indelebile e nessuna laurea l’avrebbe mai cancellato. Non era il titolo della maturità classica che mancava al mio curriculum interiore, ma la preparazione sostanziale, in cui seppure con una laurea eccellente come quella in Giurisprudenza, non erano presenti quelle nozioni di cultura classica considerate fondamentali nella mia interiorità. Era questo il nocciolo della questione: non ci sono studi che tengano se non si fanno al momento giusto. «Iscriviti a un liceo classico ora!» mi consigliò mia sorella Maria Grazia. Non me lo feci dire due volte, contattai subito il liceo classico Omero che aveva frequentato mia figlia Margherita e parlai del mio problema con la Preside: mi rispose che quel liceo stava chiudendo, ma aveva notizia che il liceo classico Parini di Milano faceva fare esami di ammissione a studenti esterni. In men che non si dica contattai il Preside di quella scuola, che mi diede appuntamento per quel giorno stesso per parlare del mio problema. Come mi vide, mi parlò in maniera confidenziale come se mi conoscesse da sempre, aveva capito perfettamente il mio problema /desiderio e mi fece parlare seduta stante con la segretaria della scuola, Antonietta. Dovevo presentare solo domanda entro il mese di novembre all’ufficio scolastico regionale, indicare quella scuola per sostenere l’esame di quarta e quinta ginnasio ed essere ammessi alla prima liceo classico. Mentre salutavo il Preside prima di andarmene, entrò in presidenza una professoressa con un registro in mano e alcuni libri: «ecco la professoressa Metta», esclamò il Preside, «lei sarà la sua coordinatrice per gli esami che dovrà preparare, e con lei dovrà concordare il programma di studio, potete prendere subito un appuntamento per organizzare il lavoro». Mi sembrava tutto un sogno, in una mezz’ora si stava realizzando il desiderio più grande della mia vita. Anche la professoressa Metta mi parlò come se già ci conoscessimo, mi chiese se sapessi già un po' di latino, così il greco l’avrei appreso senza difficoltà. Avevo nove mesi per preparare il programma di latino, greco e inglese di quarta e quinta ginnasio, così avrei ottenuto la famosa licenza ginnasiale. A parole sembrava tutto molto semplice, ma non mi persi d’animo, così trovai in Internet un insegnante di latino e greco per prepararmi agli esami. Trovai un vecchio laureato in lettere classiche alla Cattolica di Milano, ma non aveva mai fatto l’insegnante. Mi prese per mano e passo passo mi introdusse nello studio del greco come un adolescente. Io mi immersi in questo studio, per me nuovo, cercando di memorizzare il più possibile le desinenze delle declinazioni e della coniugazione dei verbi. Andavo a lezione due volte alla settimana da Gavino, il professore di Milano, e una volta alla settimana mi esercitavo con le versioni di greco e di latino con un’amica di Margherita che frequentava un dottorato di greco in Cattolica. Studiavo dieci ore al giorno e nelle ore di rilassamento ripetevo mentalmente gli schemi delle declinazioni, articoli, aggettivi, pronomi e verbi.
II
Mi presentai agli esami i primi di settembre del 2016 insieme agli studenti che dovevano riparare le
materie in cui erano stati rimandati: il primo giorno dovetti tradurre una versione di latino, di Cornelio Nepote; il secondo giorno una versione di greco, di Platone. Quando consegnai il compito, dissi alla professoressa Metta che non mi sarei presentato all’orale, perché ritenevo di aver svolto dei compiti non sufficienti: lei mi rispose di non fare lo sciocco, che gli esami andavano valutati complessivamente e che tutto sarebbe dipeso dalla prova orale, anzi, mi disse: «domani quando viene a fare l’orale, visto che lei è un poeta, mi scriva una poesia in sardo sulla versione di greco, oggetto del testo che ha tradotto oggi». Il giorno successivo consegnai la mia poesia improvvisata alla professoressa che mi fece vedere la versione di latino e mi disse che per quel che la riguardava, potevo considerarmi ammesso alla prima liceo. Mi diede inoltre il consiglio di contattare il Circolo Filologico di Milano per seguire i loro corsi di latino e greco di preparazione per l’esame di prima liceo.
IS POETAS ET IS ABIS
Is poetas no cantat pro paga,
e mancu pro iscramentu pro ispirazioni iraga benida Dae su Bentu.
I poeti non cantano per danaro e neanche per imposizione, ma per ispirazione che viene dal vento
No bastat s’iscriori in limba limpidura,
ma serbidi su scipiori
da s’estra imperidura.
Non è sufficiente saper scrivere in lingua corretta, ma ci vuole estro che viene dall’alto.
Pro narrare dolus
de mell’us ascutu.
no cheret solu gogius
ma su santidu acutzu.
Per raccontare il dolore che procuri ascolto , non ci vuole rima , ma sentimento acuto
Sa mitza primidura
de divina provenientia,
benit solu in genidura
pro tennere accoglientia.
La fonte primaria è di provenienza divina , viene accolta dal genio che la sappia tenere
Su dulciori de is ammentus
a su mebi dd’assimbilat
K’istrobat is ispantus su poeta s’iscambilat.
La dolcezza dei ricordi assomiglia al miele delle api che crea meraviglia all’ispirazione dei poeti
Su poeta est su strumentu ki a s’anima passillat,
coment’abis in pixentu a coru ddu sinzillat.
Il poeta è solo uno strumento che fa vibrare la voce dell’anima, così le api sigillano il miele nei favi
Cumenti a is vulcanus braxia e fogu,
boganta de s’intrannia insoru,
aici is poetas giainti isfogu
a s’intendimentu in coru.
Come i vulcani che eruttano brace e fuoco, così i poeti danno sfogo ai loro intendimenti.
Antonio Giuseppe Abis
Poesia del 5 Settembre 2016 presentata all’esame di 5°ginnasio presso il liceo classico Parini Mi- lano
Una soddisfazione immensa mi pervase l’anima, ma una consapevolezza nuova era subentrata in me: mi resi conto che il greco era molto spinoso e difficile da assimilare, avevo passato un anno intero a studiarlo incessantemente, ma mi rendevo conto di essermi solo avvicinato a questa materia e che, per continuare a studiarlo e per affrontare gli esami del liceo fino alla maturità, ci voleva una fatica immane che in quel momento non ero in grado di affrontare. Ancora una volta mi ero reso conto che il titolo della licenza ginnasiale mi aveva procurato solo una soddisfazione apparente, mentre quello che serviva a me era una consapevolezza diversa, perlomeno ritenere di essere in grado di affrontare i nuovi ostacoli per acquisire bene le basi per il nuovo studio che cercavo di intraprendere. Se per apprendere quel poco che avevo appreso fino ad allora, avevo dovuto studiare dieci ore al giorno, per assimilare bene tutta la materia, quanta fatica avrei dovuto affrontare ancora? Dovevo solo lasciar perdere e pensare di averci provato e convincermi che non potevo solo studiare per perseguire un obiettivo, mentre le altre cose della vita mi passavano accanto lasciandomi indifferente.
CAP II
L’Iscrizione al Filologico di Milano
Il pensiero di abbandonare gli studi durò poco dentro di me: l’idea di lasciar perdere tutto mi procurava tristezza e malinconia. Dovevo risolvere molti problemi prima di rimettermi a studiare seriamente. Avevo una dislessia congenita, mai diagnosticata e che mi aveva creato moltissimi problemi: quando frequentavo le scuole elementari e la maestra mi faceva leggere a voce alta, mi rendevo conto che la mia lettura non era bella e spesso confondevo le vocali alterandone i suoni, e nei continui inciampi nella lettura subentrava uno stato emotivo che mi portava al pianto; questo mio stato emotivo dava alla maestra l’occasione di rimproverarmi per non avere letto sufficientemente il compito assegnato. Avevo capito fin da allora che il mio era un grosso handicap che potevo parzialmente correggere con le infinite ripetute letture di tutto ciò che dovevo studiare: tant’è che arrivavo facilmente a imparare a memoria tutto ciò che leggevo per l’infinità di volte che lo ripetevo. Per riprendere a studiare seriamente dovevo combattere non solo con la difficoltà del greco, ma anche con la mia dislessia. Durante un corso d’inglese, conobbi un compagno di corso che si accorse della mia difficoltà e mi indirizzò verso l’istituto sant’Ambrogio per un’indagine conoscitiva della patologia e una eventuale certificazione della stessa, utile per sostenere gli esami. Mi affrettai a contattare l’istituto sant’Ambrogio: ebbi presto un primo colloquio e a seguire numerose visite e test psicologici per studiare il mio caso non comune, data la mia età avanzata, poco comparabile con la letteratura esistente. Dopo molti mesi, a seguito di numerose visite, una commissione sanitaria dell’istituto coinvolto, emise il verdetto della mia dislessia, considerata moderata per i miei esercizi di lettura praticati nel tempo, ma incompatibile per sostenere esami scritti di tipo tradizionale, se non con l’ausilio di sistemi di agevolazione nella lettura come l’uso di dizionari elettronici e l’aumento dei tempi per l’elaborazione dei compiti. Avevo quasi settant’anni e con la mia sola consapevolezza avevo conquistato uno strumento in più di incoraggiamento allo studio.
II
Il coraggio per affrontare lo studio mi pervase nuovamente l’anima e, insieme al consiglio datomi
dall’insegnante del liceo classico Parini, di iscrivermi a un corso di lingue classiche al Circolo Filologico di Milano, sollecitò in me il desiderio di portare avanti lo studio delle materie classiche che mi rodeva dentro. Capitai in una classe di “fanciulli” che mediamente avevano ottant’anni. Erano tutte persone in pensione che almeno cinquant’anni prima avevano frequentato il liceo classico, ma dopo la loro maturità non avevano più toccato il latino e il greco. Erano tutte persone desiderose di rispolverare il latino che non si ricordavano neanche di avere studiato. L’argomento di studio del corso erano gli Annales di Tacito e in poco tempo mi resi conto che questi giovincelli sapevano leggere e tradurre l’opera all’impronta senza difficoltà, mentre io dovevo riguardarmi, a casa per conto mio, le traduzioni che si facevano in classe. Tacito mi procurava diverse difficoltà, ma con un esercizio costante di traduzione mi aveva portato a una bella crescita non solo nella traduzione di latino, ma anche nella conoscenza dell’autore. Al Filologico seguivo solo il corso di latino, mentre il greco continuavo a studiarlo privatamente con l’aiuto di Arianna, l’amica di mia figlia. Lo studio verteva soprattutto sulla letteratura greca, che mi aveva aperto un mondo nuovo, non più limitato allo studio meccanico della grammatica e della sintassi, ma alla conoscenza del modo di vivere e di pensare di quei popoli antichi. Questo nuovo studio mi stava mettendo in correlazione col mondo della mia origine sarda. La poesia di Esiodo mi riportava alla mente i poeti sardi che senza sapere né leggere né scrivere, sapevano comporre versi. In Grecia, come nella Sardegna antica, si celebravano tutti gli avvenimenti della vita e della morte. Questo dualismo spirituale e materiale esaltava in me quello spirito poetico che viveva nella mia anima e talvolta tentava di esternarsi. La legge arcaica della Grecia antica, tracciata sullo scudo di Achille a opera di Efesto, per designare la vendetta, attribuiva agli uomini saggi la soluzione dei crimini: allo stesso modo avveniva nella Sardegna arcaica che affidava al canto delle prefiche il verdetto della responsabilità dei crimini. Questa comparatio storica mi induceva ad approfondire entrambi gli ambiti culturali, quello sardo, connesso alle mie origini e quello greco correlato con i miei studi scolastici.
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Cap III
L’Esame di prima liceo classico
Arrivai all’esame di prima liceo con molto entusiasmo e senza difficolta: le versioni di latino e greco erano abbastanza semplici e all’orale avevo dovuto portare anche filosofia. Mi sentivo così carico di entusiasmo che decisi di preparare per l’anno successivo la seconda e la terza liceo insieme, e presentarmi direttamente all’esame di maturità. La professoressa Metta me lo sconsigliava, adducendo che il programma di seconda liceo era molto vasto, e io, oltre a preparare il programma dei due anni, per essere ammesso alla maturità, essendo privatista, dovevo sostenere l’ulteriore esame preliminare su tutte le materie d’esame. Non volli sentire ragioni e mi buttai a capofitto nello studio come un forsennato: tutti i giorni facevo una versione di latino e una di greco; di greco leggevo e traducevo Erodoto, oltre alle tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, in latino mi allenavo leggendo Ab urbe condita di Tito Livio. Preparai anche una tesina per l’esame dal titolo:” Come i Greci conquistarono i Romani”. Questa tesina mi consentiva di mettere in correlazione tutte le materie d’esame, compreso l’italiano, che avrei dovuto portare solo in sede di maturità.
Una settimana prima dell’esame di maturità mi fecero sostenere le prove scritte previste e in un’unica giornata le prove orali di tutte le materie. Dopo due giorni, mi comunicarono che non ero stato ammesso all’esame di maturità, ma avevo superato solo l’esame di seconda liceo e quindi ammesso al terzo anno. Vissi quest’esito come una sconfitta catastrofica, mi sembrava di aver perso tutto, di aver combattuto contro i mulini a vento. Cercavo di analizzare ogni momento degli esami sostenuti e mi sembrava di essere andato benissimo in ogni materia: ogni professore che mi aveva interrogato nella propria materia mi aveva fatto i complimenti; ero consapevole di avere ancora molte lacune in latino e greco, ma si trattava solo di un esame di ammissione, l’esame di maturità dovevo ancora farlo. Qualche giorno dopo contattai la professoressa Metta la quale mi disse che dovevo ritenermi molto fortunato di essere stato ammesso al terzo anno e l’anno successivo dovevo dedicarmi solamente alla
maturità e impegnarmi solo in quel programma; inoltre per me sarebbe stato solo un ripasso perché
io il programma dell’ultimo anno lo avevo già fatto.
La depressione però era già calata dentro di me, avevo nuovamente capito che all’asino non si può
lavare la testa e a un vecchio come me non si poteva imporre di studiare latino e greco come a un
ragazzino di quattordici anni, perché i risultati sarebbero stati sempre quelli di uno zuccone. La
confusione mentale dimorava nuovamente dentro di me. Le mie figlie continuavano a dirmi che stavo
facendo un lavoro difficilissimo e neanche un ventenne sarebbe riuscito in così poco tempo a
raggiungere i risultati che avevo raggiunto io, quindi perché abbattersi? Dentro di me cresceva anche
la consapevolezza che, per raggiungere il livello di conoscenza del latino e greco per affrontare bene
la maturità classica, era necessario uno studio più capillare di queste materie e che andare a lezioni
private, come avevo fatto fino ad allora, non era sufficiente. Dovevo trovare uno stratagemma che mi
consentisse di arrivare alla maturità con una carta vincente. Ero già in possesso della laurea in
Giurisprudenza, pertanto potevo iscrivermi all’Università per prendere una seconda laurea senza
avere la maturità classica. Potevo iscrivermi a Lettere classiche subito e frequentare di diritto i corsi
di latino e greco che stavano per iniziare. Mi iscrissi dunque senza molto riflettere e su consiglio di
Margherita, neolaureata in Lettere, andai a colloquio col docente di Letteratura greca, professor Liori,
il quale, complice del mio entusiasmo, non solo mi consigliò di seguire il suo corso monografico che
in quella sessione riguardava il Simposio di Platone, ma di seguire anche il corso di greco
propedeutico di ottanta ore, previsto per gli studenti che non conoscevano il greco: aggiunse che
potevo seguire lo stesso schema di studio per il latino, il cui docente era il professor Guerra. Con lui
dovevo seguire il corso sulle Odi di Orazio e Le Elegie di Properzio. Per il latino non accolsero la
mia richiesta di frequentare il corso propedeutico, perché accettavano solo gli studenti completamente
a digiuno di latino.
Con questo tipo di programma avevo materiale a sufficienza per prepararmi bene per la maturità e, al momento di sostenere gli esami per l’Università, potevo trovarmi in una situazione di equilibrio. Fra latino, greco, glottologia e le diverse esercitazioni avevo un impegno settimanale di quaranta ore, a parte lo studio che dovevo svolgere per conto mio: temevo di non farcela e avevo paura di ammalarmi. Questi erano solamente gli impegni universitari, ma io dovevo pensare al mio esame di maturità che nel mese di giugno successivo avrei dovuto affrontare. Lo studio che stavo conducendo all’Università ai fini della maturità mi serviva solo come allenamento, mentre le materie d’esame del liceo, anche se l’anno prima le avevo parzialmente studiate, dovevo ancora prenderle in mano seriamente.
Per fortuna riuscii a frequentare tutto il primo semestre, dopodiché cominciai seriamente a prendere in mano le materie d’esame. Il tema d’italiano era l’unica cosa che non mi dava preoccupazione, tant’è che presi il voto massimo previsto; il secondo scritto era di latino con Tacito e all’orale illustrai un bel discorso ma con qualche lacuna in scienze la cui insegnante riteneva fosse la materia più importante dell’esame. Il voto finale fu sessanta, il minimo previsto, ma non mi importava molto, anche se mi sentii un po' bistrattato. Non ho mai capito il criterio di valutazione di quell’esame: non avevo combattuto con anni di duro lavoro per ottenere il solo titolo del diploma, ma per raggiungere una maturità classica con tutti i crismi che la commissione aveva fatto fatica a riconoscermi. Ma anche in questa fase, per me, non contava molto il giudizio della commissione, che aveva prestato poca attenzione alla persona, e i criteri di valutazione della maturità erano davvero lontani dai miei intendimenti.
Cap IV
L’esame di maturità classica
SA MATURIDADI CLASSICA MIA
Maturidadi classica mia, de latinu e grecu pintada
dae Parini liceu est benìa, incarrendi beccesa arribàda.
Solenu est su studiu in beccesa, cun su passu torrendi a trotoxu, est cumenti arrammissi arravesa,
depit’essi inghizzau dae su croxu.
S’antigu disigiu est isturpiu, su coru no dd’adi scaresxu, in s’anima asutta est fikkiu, sa sorti mi dd’adi scrobexu.
Candu su studiu s’est abettu, castiendi a sa scola ghinnasia, in su coru disigiu est impettu,
de materias ki donant eufrasia. Grecu e latinu sa menti dd’aberrit,
is antigus autoris plus conoxidus, donant lenza pro cantu scoberrit, alluxi su coru de iscurus santidus.
Poesia luxenti in coru s’obrexit, s’anima mia lena est sanziada, pro dd’isternare cantu minexit,
s’anima inkieta appasigònada.
A mamma domandu, in pregadorìa,
ki sa sorti mi donit sa ricumpentia,
incora sxipiori po iscriri in poesia,
su ki s’anima narat in riconoxentia.
Antonio Giuseppe Abis Esame di Maturità Classica 29 Giugno 2019
LA MIA MATURITÀ CLASSICA
Oh maturità classica mia, di latino e greco dipinta, dal liceo Parini sei giunta,
mentre alla vecchiaia mi accingo. E’ lento lo studio in vecchiaia,
bisogna arretrare coi passi,
come quando si perdona un’offesa,
bisogna ripartire da capo.
Il mio vecchio desiderio accecato,
il cuore non lo aveva scordato, in fondo all’anima era rimasto, in attesa del suo destino.
Quando si inizia a studiare, pensando alla scuola ginnasiale,
quel pensiero rimane nel cuore, poiché portatore di gioia.
Il greco e il latino aprono la mente, gli autori classici, i più conosciuti, indicano la strada da percorrere,
per trovare i sentimenti nascosti.
La poesia luminosa viene dal cuore,
cullata lentamente dall’anima, per arrivare a colui che la merita e l’aspetta con inquietudine.
A mia madre chiedo, pregando,
che la buona sorte mi conceda
la capacità di scrivere ancora poesie,
affinché l’anima canti la mia gratitudine.
Antonio Giuseppe Abis Esame di Maturità Classica 29 Giugno 2019
Anche questa seconda maturità mi era giunta fino al cuore per rasserenare le mie inquietudini: un nuovo strato di conoscenze si era formato in me, ma ancora non si era costituita la consapevolezza di una conoscenza solida delle basi su cui costruire un vero impianto culturale. Alla conoscenza com- pleta delle basi del latino e greco non potrei mai arrivarci, neanche se studiassi solo quelle nozioni per tutta la vita. Con tutti i miei limiti avevo già fatto passi da gigante e con tanti altri piccoli passi potevo percorrere ancora un altro tratto di strada. Intanto dovevo essere molto grato a tutte le persone che avevo incontrato nella mia strada e che, in un modo o nell’altro, mi avevano appoggiato, sostenuto per raggiungere i miei intenti. Sono stato sempre convinto che un angelo dal cielo mi tenda la mano e mi indichi la strada dei miei desideri. Avevo già una laurea e due maturità, dovevo quindi rendere onore a questi titoli e dare seguito al programma che mi attendeva per sviluppare le mie aspettative.
Tanto per iniziare dovevo riprendere in mano i programmi di letteratura greca e latina e glottologia che avevo seguito nel primo semestre, poi abbandonati per lasciare spazio alla maturità, ma adesso era arrivato il momento di seguire gli schemi tracciati dalla Facoltà e iniziare a capire come fare per affrontare gli esami del primo anno. Un aspetto che fino ad allora non avevo preso in considerazione era il fatto che dovevo inserire nei miei impegni un corso di inglese. Per fortuna il corso era strutturato in orari serali, quattro ore alla settimana. Il corso non era accessibile solo agli studenti di lettere, ma anche a quelli delle altre Facoltà: il livello B1 dell’inglese era obbligatorio per tutti; quindi, i parteci- panti erano tantissimi, con una confusione che non si poteva descrivere, ma una volta finito il corso, non era necessario sostenere subito l’esame, bisognava farlo prima di laurearsi. Frequentai questo corso con molta leggerezza, e al primo tentativo non lo superai. I miei compagni di corso, più giovani e più svegli di me, lo superarono, facendo uso anche in maniera illecita del cellulare. Vista la poca urgenza di superare subito l’esame d’inglese, decisi di tentare un esame di Archeologia e storia dell’arte greca: alcuni miei compagni lo avevano già fatto e lo avevano trovato semplice. Cercai in Internet degli appunti su quella materia, mi iscrissi all’esame con l’intenzione di andare ad assistere alle interrogazioni, invece sentendomi chiamare, mi presentai all’esame prendendo un ventisette in maniera quasi inconsapevole. Fu così che superai il mio primo esame con un impegno minimo e un voto di tutto rispetto. Decisi poi di presentarmi allo scritto di latino che doveva essere propedeutico alla prova orale, ma non fui ammesso. Subito dopo scoppiò la pandemia del COVID 19 e quindi all’improvviso tutti a casa.
All’inizio non si capiva niente, non si sapeva come partecipare alle lezioni, né tantomeno come so- stenere gli esami. Io dovevo ancora presentare il Piano di Studi e con il lockdown in corso non sapevo come fare. I termini erano già scaduti, ma col confinamento imposto, furono prorogati. Contattai telefonicamente la coordinatrice per il Piano di Studi che mi era stata indicata, la professoressa Mo- rello, docente di latino, e mi aiutò nella compilazione del Piano di Studi, ma mi rimproverò sonora- mente perché fino ad allora avevo fatto solo un esame. Le spiegai che avevo fatto anche lo scritto di latino, ma era andato male: senza mezzi termini mi disse che dovevo seguire il corso di latino della docente Torrente, compreso il suo corso di preparazione allo scritto che potevo seguire online. Così iniziò subito questa avventura di lezioni di latino su Seneca, erogate online sulla piattaforma Teams dalla docente Torrente, mentre le lezioni per la preparazione allo scritto su grammatica e sintassi latina le erogava una sua assistente su Skype. Inizialmente non ci capivo niente, mi sembrava tutto complicato, facevo fatica a connettermi, poi scoprii che le lezioni rimanevano registrate sul sito della facoltà, e trovai geniale questo sistema. Le traduzioni della docente potevo riascoltarmele tutte le volte che volevo e ogni dubbio si scioglieva da solo. Passavo tanto tempo davanti al computer ad ascoltare e riascoltare le lezioni di latino, ma ero seduto a casa mia senza dover andare all’Università. Quando ci dovevo andare, solo di viaggio fra andata e ritorno impiegavo tre ore; il lockdown, nono- stante la sua drammaticità, mi aveva agevolato la vita di studente, consentendomi di usare per lo studio le ore che normalmente perdevo per i viaggi. Feci con la professoressa Torrente l’esame scritto online per l’ammissione all’orale, e dopo qualche giorno l’esame orale. Un’esperienza nuova, ma risolutiva.
Cap V
I primi esami universitari
Un altro scoglio, grosso come una montagna, l’avevo superato: l’esame di letteratura latina. Avevo seguito un doppio corso monografico a causa di un trasferimento di cattedra; il trasferimento era avvenuto quando già era finito il corso; chiaramente avevo fatto un’esperienza molto formativa e utile a migliorare il metodo e ad acuire la mia curiosità intellettuale. Lo studio degli autori principali dell’Età classica e delle loro opere mi stimolava l’interesse verso la conoscenza storica di quel pe- riodo, raccontata con una narrazione diversa da vari autori. Per sostenere l’esame avevo studiato mol- tissimo, ma rispetto al materiale esistente di quel periodo culturale avevo semplicemente sfiorato gli argomenti. Come potevo studiare in maniera approfondita quaranta autori latini citandone pure le opere? Mi dovevo accontentare di una conoscenza superficiale che comunque mi avrebbe arricchito. Come per la conoscenza delle regole grammaticali che servono esclusivamente per imparare a tra- durre, ma in vista di una traduzione letterale, perché una traduzione simile a quella che ogni autore avrebbe voluto per il suo testo, sarebbe solo una tentata interpretazione. Il panorama storico-culturale di quel periodo è molto affascinante, anche se intriso di beghe politiche non tanto ideologiche quanto di pragmatismo orientato al potere.
Per la conoscenza della letteratura il Circolo di Mecenate fornisce un valido strumento, ma è pur sempre legato a un gruppo di intellettuali e artisti, principalmente poeti, che si riunivano attorno a Mecenate, amico e consigliere di Augusto. Mecenate offriva loro protezione e sostentamento, in cam- bio del supporto alla sua politica e alla propaganda del regime di Augusto.
Il circolo era fondamentale per la promozione dell'ideologia del principato e dell'immagine di Augu- sto come pacificatore. Virgilio, Orazio e Properzio, per esempio, furono membri dello stesso circolo, ma scrivevano anche cose opposte. Appoggiare Augusto era sicuramente una posizione di comodo, avveniva esattamente quello che avviene oggigiorno con le testate giornalistiche che appoggiano i governi, ma dove sta la verità culturale? Come si fa ad arrivare alla conoscenza storica veritiera? Dobbiamo accontentarci delle varie interpretazioni in base alle quali costruirci una nostra verità? Gli autori riuniti al cospetto di Augusto erano contenti delle loro narrazioni? Perché Virgilio prima di morire aveva ordinato di bruciare la sua Eneide?
Svetonio nella sua opera De vita Caesarum, in cui illustra dettagliatamente la vita di Cesare, inclusa la sua morte, la racconta in modo diverso da altri autori di quel periodo; Plutarco,
Nicola di Damasco, uno storico e filosofo greco vissuto durante l'età di Augusto e per qualche anno
ambasciatore accreditato alla sua corte.
Nel 44 a.C. Ottaviano, il futuro Augusto, si trovava ad Apollonia di Pergamo per la sua istruzione e
per la preparazione a una campagna militare.
In quelle circostanze Augusto viene informato da un ambasciatore proveniente da Roma che Cesare
era stato assassinato e sua madre Azia lo esortava a rientrare nell’Urbe perché la sua vita e quella dei
parenti era in pericolo. Venne a sapere che era stato adottato da Cesare, quindi doveva decidere il da
farsi. Un problema urgente da risolvere e non facile da analizzare.
(16.37) ὅτι ὁ νέος Καῖσαρ τρίτον ἄγων [ἐν τῆι Ρώμηι] μῆνα ἐνταυθοῖ παρεπεδήμει, ζηλούμενος μὲν ὑπὸ τῶν ἡλίκων καὶ φίλων, θαυμαζόμενος δὲ ὑπὸ τῶν ἐν τῆι πόλει πάντων, ἐπαινούμενος δ ὑπὸ τῶν παιδευτῶν. (38) τετάρτωι δὲ μηνὶ ἧκεν ἐκ τῆς πατρίδος πεμφθεὶς ὑπὸ τῆς μητρὸς ὡς αὐτὸν ἀπελεύθερος τεταραγμένος καὶ πολλῆς ἀθυμίας μεστός, ἐπιστολὴν κομίζων, ἐν ἧι ἐγέγραπτο ὡς Καῖσαρ μὲν ἐν τῆι συγκλήτωι ἀποθάνοι ὑπὸ τῶν περὶ Κάσσιον καὶ Βροῦτον.
(16.37) Il giovane Cesare (Ottaviano ) era ormai fermo qui da tre mesi, emulato da colleghi e amici, ammirato da tutti i cittadini, elogiato dai precettori. (38) Nel corso del quarto mese del suo soggiorno qui, un liberto era arrivato dalla sua patria preoccupato e gravato da grande sconforto, inviato dalla madre, per consegnargli una lettera nella quale era scritto che Giulio Cesare era stato ucciso al Senato da Cassio , Bruto e i loro complici.
Una lunga descrizione delle circostanze in cui era avvenuta l’uccisione di Cessare era stata utilizzata
da Nicola di Damasco.
Gli autori latini non avevano descritto un delitto così efferato in modo tanto dettagliato, come hanno
saputo fare Nicola di Damasco e Plutarco.
Probabilmente
offre una prospettiva diversa sulla figura di Cesare rispetto a Svetonio e rispetto a
sebbene greco,
Nella Vita di Augusto Nicola di Damasco ci descrive così il comportamento di Ottaviano alla notizia della morte di Giulio Cesare e della sua adozione:
le stesse Res Gestae Divi Augusti sono state la fonte dalla quale l’autore Nicola di
Damasco aveva attinto le notizie per redigere la sua opera e dalla quale aveva sintetizzato i principi fondamentali che avrebbero animato Augusto durante tutto il suo principato. In primo luogo, la vendetta verso i Cesaricidi, realizzata pienamente nel corso di molti anni a seguire, non risparmiando nessun nemico; la ricostruzione di Roma che aveva ereditato fatta di mattoni, ma lasciata rivestita di marmo come centro del potere e la Pax Romana. Furono questi i principi sui quali si basava il principato e sugli stessi principi si basavano le opere di molti poeti di quel periodo. Per esempio, Orazio compose il "Carmen Saeculare" (Inno secolare). L’inno fu composto su richiesta di Augusto per essere cantato durante i Ludi Saeculares nel 17 a.C. Celebra la grandezza di Roma e la sua storia,
e invita alla concordia e alla prosperità.
Questo era il periodo storico nel quale si collocano le opere dei vari autori dell’Età classica che bisognava studiare per sostenere l’esame di letteratura latina del Triennio di Lettere classiche. Veniva spontaneo fare una comparatio con la letteratura greca dello stesso periodo, tenendo conto che le persone abbienti per la loro formazione si recavano in Grecia, come avviene analogamente ai nostri
giorni per i nostri studenti italiani che si recano all’estero per completare gli studi specialistici.
CAP VI
Lo studio da remoto e il conseguimento della laurea triennale
Eravamo in pieno Covid, la vita quotidiana si svolgeva esclusivamente chiusi fra le mura domestiche, si comunicava solo con strumenti elettronici e io dedicavo quasi tutto il tempo ad ascoltare lezioni da
remoto, a studiare e ad organizzarmi gli esami sempre da remoto.
Per le mie esigenze personale consideravo il lockdown quasi una manna dal cielo. Dalla scrivania del
mio studio potevo assistere a quattro lezioni giornaliere di quattro materie diverse: alla fine di ogni lezione riascoltavo la registrazione, mettendola in pausa all’occorrenza, creando i miei appunti personali che poi mi servivano per il ripasso dello studio prima dell’esame. La partecipazione alle lezioni era molto assidua e puntuale; si creavano le classi con i partecipanti che intervenivano nelle spiegazioni dei docenti, come se si partecipasse alle lezioni in presenza. Anche con gli studenti che partecipavano alle stesse lezioni si era creata una rete di comunicazione, anche fuori dalle lezioni, che ci serviva per uno scambio di notizie utili per la preparazione degli esami. I libri di testo mi arrivavano da Amazon nel giro di pochissimo tempo e il materiale specifico delle lezioni lo scaricavo dal sito della Facoltà. Era una macchina quasi perfetta, avevo sempre una bella connessione e una situazione familiare che mi forniva tutti i confort. Mia moglie si lamentava perché era sempre da sola e per tutto il giorno guardava la televisione, mentre io, quando non assistevo alle lezioni, mi mettevo a studiare,
quasi sempre fino alle due del mattino.
Dopo aver sostenuto l’esame di Letteratura latina, ancora carico di entusiasmo per un successo così importante decisi di sostenere subito anche l’esame di Letteratura latina medievale, così da archiviare almeno per un po' il latino e dedicarmi alle altre materie. Il primo anno di Università mi era servito per accumulare nozioni utili a sostenere la Maturità classica, ma a seguito di ciò lo studio, sebbene perseguito con dedizione, dovevo applicarlo per superare gli esami universitari che nel giro di tre anni dovevo terminare. Il primo anno era già terminato e io avevo all’attivo solo tre esami, ne dovevo
sostenere ancora 23 e preparare la tesi.
Dopo un altro anno passato in clausura per il Covid ma con molto studio effettuato, alla fine del 2020 sostenni 12 esami: due nello stesso giorno. Dovevo affrettarmi perché me ne mancavano ancora otto, più due laboratori e la tesi. Dovevo affrontare anche il test d’inglese, cosa non semplice per me, vista la mia dislessia, ma uno scoglio ancora più insormontabile era l’esame di Letteratura greca con il professor Liori. Avevo seguito il suo corso monografico già il primo anno, parallelamente al corso di greco propedeutico per principianti, ma il programma di letteratura era senza confini e il Simposio di Platone che bisognava leggere e tradurre in sede d’esame non mi lasciava tranquillo. Avevo sostenuto questo esame da remoto quando ancora mi trovavo in vacanza in Sardegna: a causa di una cattiva connessione del mio computer il professore non mi sottopose un testo da tradurre e mi fece interrogare da un suo assistente, il quale dopo una lunghissima interrogazione mi disse che, se mi andava bene un 27, l’esame era concluso. Accettai senza esitare e cominciai subito a mettere le mani sull’ultima parte degli esami che mi mancavano per concludere il triennio. Man mano che andavo avanti con lo studio, le questioni diventavano sempre più complicate: dovevo frequentare due laboratori oltre al resto degli esami, di cui dovevo ascoltare almeno le registrazioni per essere in grado di sostenerli. Fortunatamente attraverso amici studenti della stessa Facoltà riuscivo a reperire le registrazioni delle lezioni che mi mancavano. Per combinazione partecipai alle lezioni di “Storia dell’editoria” in concomitanza col laboratorio della “stampa e pubblicazione del libro”. Una combinazione di argomenti che richiamarono alla mia memoria un esame della mia prima laurea in Giurisprudenza sul diritto d’autore. Quando sostenni il mio ultimo esame di storia dell’editoria chiesi alla docente che mi sarebbe piaciuto elaborare una tesi per la Laurea triennale sulla storia del diritto d’autore: questo mi avrebbe consentito di mettere insieme alcune memorie della mia prima laurea con il lavoro che stavo portando a termine. Mi rispose che ci doveva pensare, dato che aveva tanti laureandi e non
sapeva ancora se sarebbe riuscita a seguirmi.
Da un lato mi dispiaceva non prendere in esame un argomento di latino o greco per elaborare la mia tesi finale ma, nonostante la valanga di studi che avevo fatto nei miei ultimi otto anni, non mi sentivo all’altezza di produrre un lavoro su queste lingue antiche tale da onorarle nella giusta maniera. Potevo chiedere la tesi sia al professor Liori che alla professoressa Torrente, ma il dubbio me lo sciolse la risposta che mi diede la docente di storia dell’editoria che mi convocò per assegnarmi la tesi sul diritto d’autore. Ripresi subito in mano i vecchi appunti sul diritto di autore che avevo ancora conservato in mezzo al mio vecchio materiale di studio. Dopo molti anni, il diritto d’autore era cambiato radicalmente, ma era proprio il cambiamento di questa disciplina che divenne l’oggetto di studio della tesi per la mia nuova laurea. L’evoluzione del diritto d’autore fu appunto il titolo della mia tesi. Ero arrivato a un nuovo traguardo! Traguardo che innanzitutto mi riempiva di gioia poi mi stava dando
l’opportunità di mettere insieme i miei vecchi studi di Giurisprudenza con quelli di Lettere che desideravo seguire fin dall’infanzia. Ho trascorso questi ultimi otto anni di studio correndo come un treno, avevo voglia di recuperare il tempo perduto. Il tempo passato non può tornare, ma si può tornare a provare gli stessi desideri, forse anche con più raziocinio, e immagazzinare nella propria
mente nozioni che mancavano, comunque l’emozione più bella è stata quella di averci provato.
Per me non sono stati facili neanche gli studi per la prima laurea: mi ero iscritto nel ‘78 dopo essermi sposato, quando Martina aveva pochi mesi. Anche allora, seppure lavorando, avevo molto tempo da dedicare allo studio, ma anche una famiglia da seguire. Feci comunque quasi tutti gli esami in quattro anni, ma un errore mi portò sul punto di dover rinunciare agli studi. Mi ero presentato all’esame di Diritto civile col professor Trivi e stupidamente rifiutai un 19 per non rovinarmi la media dei voti: mi presentai per altre tre volte di fila subendo sempre una bocciatura. Dopo un altro anno senza neanche toccare un libro per ripassare, mi presentai nuovamente all’esame e riuscii a prendere un 18. Soddisfatto come una Pasqua per aver superato lo scoglio del Diritto civile, da sempre noto come l’esame più difficile della Facoltà di Giurisprudenza, ma determinato a porre fine ai miei studi di
diritto per la costernazione che mi aveva procurato l’insuccesso in questa materia.
Dopo otto anni, otto tutti interi, di assoluta assenza dall’Università, al rientro dalla vacanza estiva con la mia famiglia, trovai una lettera della segreteria dell’Università che mi informava che, se non avessi fatto almeno un esame entro il 31 dicembre di quell’anno, avrei perso tutti gli esami fatti. Tenendo conto che eravamo nel mese di novembre, mi sembrava matematicamente impossibile preparare un esame in un mese. Inoltre, dovevo pagare le tasse arretrate che ammontavano quasi a 5 milioni delle vecchie lire. Avevo deciso di lasciar perdere tutto, anche perché una laurea in Giurisprudenza dopo molti anni non mi sarebbe servita a niente. Mia figlia Martina che, nel frattempo, si era laureata in Giurisprudenza, insieme a Margherita, che al tempo frequentava il Liceo classico, e mia moglie mi presero d’attacco e mi costrinsero a riprendere gli studi. Dal mio piano di studi risultavano mancanti ancora tre esami, ma nessuno dei tre era nel calendario in quel mese che avevo a disposizione. Andai a parlare col Preside di facoltà e, grazie a lui, mi concessero di sostenere un altro esame non previsto dal piano di studi, col superamento del quale sarei stato in grado di continuare a sostenere gli ultimi
esami e conseguire infine la mia laurea.
Mi assegnarono l’esame di “Storia delle codificazioni moderne”.
Al lavoro presi una settimana di ferie e cominciai a studiare senza capire niente. Si trattava dello studio dell’iter formativo del Codice civile francese, voluto da Napoleone, che aveva ispirato in seguito i codici civili di tutta Europa. Io non toccavo un libro da dieci anni e non ero più in grado di prestare attenzione al filo di un discorso basato per di più su principi filosofici ispirati all’Illuminismo. Diedi una lettura rapida a questi testi e mi presentai all’esame senza dire al docente della mia situazione personale. Superai l’esame con 18 e pronto per affrontare i tre esami che mi mancavano
per conseguire la laurea.
In poco tempo mi rimisi in pista e superai gli esami mancanti, chiesi la tesi in Diritto del lavoro e me la assegnarono sul mobbing. Argomento allora poco studiato per cui il materiale che mi serviva non era facile da reperire. Dopo un altro anno di lavoro conclusi la mia tesi e arrivai alla laurea con un successo negli studi che fu per me il più importante nella mia vita. Fu proprio questa gioia immensa che dopo molti anni mi condusse fino alla Laurea triennale in Lettere classiche, conseguita il 16 dicembre 2021. Quella laurea mi procurò una gioia infinita, suscitando in me un entusiasmo e una voglia di continuare con lo studio tanto che decisi di iscrivermi al corso magistrale in FILOLOGIA,
LETTERATURE E STORIA DELL’ANTICHITÀ.
CAP VII
La laurea magistrale
SA LAUREA SEGUNDA Una die noba oi m’est obrexia
po’ coronai custu studiu gioiosu, cun ardori su disigiu est diciosu, in su coru sa gioia est’arrescia.
Beru no parrit e no potzu narài. ka in su studiu mi seu attrobìu s’anima intera ci appu stikkiu
po su mundu antigoriu scrutai.
Po m’ incarài in su tempu passau,
latinu e grecu funti istaus rimediu,
de is sapientis ki s’anti precediu e cumprendi sa modu fueddau.
De sapientia est prena sa menti. e in gosoriu s’est postu su coru
s’anima puru s’est fatta tesoru po mi torrai a s’infanzia nozenti.
Sa fida est istrana e tallat destinu, ti ponidi in coru sa promitentia,
oburu frastimada con prepotentia. E poi ti risurgidi in atru camminu.
Spacciada parriada ariseu sa vida, ma candu su studìu dda missit asutta Boghendi disigiu in cosa prus futta.
sa luxi s’è allutta in s’enna incrinida.
Abortas sa fida ti ponit bisura
ki accetta sa sfida e dona su cantiu.
sa die pru nodida ti lassada spantiu aberrendi camminu cun ramadura.
Sa vida mia ‘apu postu in su jogu. donendi sa prenda po conoxentia apu otteniu su donu in riconoxentia.
sa die pru diciosa pru forti de fogu.
Sa cosa preziosa ki sa laurea ti donat.
È su scipiori ki ti poniti su coro froridu,
Sa maestrìa de s’anima po su sentidu,
Sa ruga po su pensamentu t’imparat.
S’impariu coa non di denit,
E totu non si podidi isciri,
Ma su pagu ki in menti si ponit,
S’anima intera fadendi godiri.
Antonio Giuseppe Abis In occasione della laurea in lettere classiche 16 Dicembre 2021
LA SECONDA LAUREA
Un giorno nuovo mi è arrivato oggi
per coronare i miei studi deliziosi.
Con ardori ho accolto questa emozione
che ha procurato contentezza al mio cuore.
Non mi sembra vero e non posso dire
che lo studio mi abbia avvinghiato a sé
e mi abbia intrappolato l’anima solo
per farmi entrare nel mondo degli antichi
ma per farmi conoscere appieno i tempi passati il latino e il greco sono un ottimo strumento per farmi conoscere la sapienza e il linguaggio di coloro che ci hanno preceduto.
La mente si è riempita di sapienza
e ha dato al cuore godimento.
Persino l’anima si è illuminata
per restituirmi l’innocenza infantile.
La vita è strana e ti prepara il destino
ti mette nel cuore le promesse che desideri,
ti minaccia con prepotenza e ti atterrisce, ti fa risorgere in una vita nuova.
Ieri la mia vita sembrava finita,
poi sono stato sovrastato dallo studio
che mi ha portato in un nuovo mondo.
Mi ha acceso una luce e aperto una porta.
Delle volte la vita ti propone una sfida.
Se accetti, devi rimanere in guardia,
possono aprirsi nuove strade
alcune potrebbero stupirti e recarti gioia.
Ho accettato la sfida mettendomi in gioco,
ho dato l’impegno per la conoscenza e riconosco di averne avuta poca,
ma forte e vigorosa, piacevole e calorosa.
La cosa più preziosa che dona la laurea
è la capacità di scrutarti nel cuore
e la maestrìa di guardarti nell’anima
La strada per conoscere i propri pensieri.
Non si finisce mai d’imparare
e non si può sapere tutto
ma quel poco che si incamera nella mente
trasforma l’anima facendola godere.
Antonio Giuseppe Abis In occasione della laurea in lettere classiche 16 Dicembre 2021.
Ero pronto per affrontare i nuovi studi di approfondimento, iscrivendomi al corso MAGISTRALE di Filologia. Ma la mia frettolosità mi aveva fatto tralasciare un elemento importante per potermi iscri- vere al corso magistrale. Avrei dovuto provvedere all’iscrizione entro il 27 agosto, pena la decadenza della stessa. Mi sembrava una cosa assurda, ma contattando la segreteria e i vari docenti, capii che i regolamenti erano cambiati e per poter accedere alla Facoltà magistrale di Lettere classiche dovevo aspettare l’anno successivo, prenotandomi sempre entro il 27 agosto dell’anno di riferimento. Il pro- fessor Liori, informato del mio problema, mi suggerì una strategia: iscriversi ai corsi singoli. Se ne potevano scegliere quattro di preferenza, frequentarli ed entro la fine dell’Anno Accademico, avrei potuto sostenere gli esami e chiedere la convalida per il corso magistrale al momento dell’iscrizione.
Mi iscrissi quindi ai corsi singoli inserendo i corsi di Letteratura greca magistrale con il professor Crotti, Letteratura latina con il professor Gironi., Storia greca e Storia romana magistrali. In un anno accademico riuscii a frequentare con assiduità tutti i quattro corsi e a sostenere con successo tutti gli esami indicati. Quando mi iscrissi, l’anno successivo, al corso magistrale avevo all’attivo già quattro esami, per giunta gli esami più importanti del corso. Il consiglio del professor Liori non solo mi servì per risolvere il problema di iscrizione al corso magistrale, ma anche per poter sostenere in anticipo gli esami insieme ai miei compagni di corso. Anche per il corso magistrale dovevo seguire due labo- ratori: uno di neogreco e l’altro di numismatica, entrambi in presenza, perché ormai il Covid l’ave- vamo superato. Di numismatica avevamo seguito alcune lezioni da remoto, per poterci collegare con vari musei distribuiti nel territorio nazionale, e analizzare alcune monete di pregio storico, avvicina- bili solo con le telecamere. Anche in questo laboratorio ebbi la possibilità di approfondire bene i temi e i significati politici delle monete che mi portarono a una maggiore conoscenza dell’epigrafia latina. Ma il mio amore primario era sempre per il greco. Studiando la mitologia tornai a vedere da vicino i temi degli autori greci: di Esiodo e Omero che avevano cantato la Grecia antica, Aristotele e Platone che ne avevano sublimato il pensiero, Erodoto e Tucidide che ne avevano narrato le vicende storiche e Lisia che ne aveva tracciato gli schemi giuridici.
Omero in particolare ha tracciato il νόστος degli eroi, il ritorno in patria dopo lunghi viaggi e peripe- zie: ha dunque tracciato uno schema di ritorno travagliato di ciascuno di noi; il ritorno alla nostra patria interiore che ognuno di noi si prefigge di effettuare.
Dopo solo un anno di frequenza del corso magistrale arrivai alla conclusione degli esami. A giugno del 2023 avevo sostenuto l’ultimo esame di Mitologia classica, ponendo termine al piano di studi. Lo stesso giorno scrissi al mio professore di Letteratura teatrale della Grecia antica per chiedergli la tesi: volevo sviluppare un tema del romanzo greco, dato che al corso di Letteratura greca avevo seguito un modulo sul romanzo antico e mi aveva appassionato in modo particolare. Il professore non tardò a rispondermi, ma i testi di critica letteraria su quei temi erano solo in inglese. Mi sarebbe servito molto affrontare in lingua inglese i temi classici che mi stavano a cuore, ma la mia scarsa preparazione in quella lingua non mi consentiva di effettuare uno studio approfondito del greco. Dovetti rinunciare con rammarico, ma non avevo voglia di imbattermi in un ulteriore scoglio per elaborare la mia tesi: volevo uno studio sereno, appassionante e di ricerca, ma non in inglese, da me visto sempre come una lingua nemica. Non sapevo come fare per rimanere nell’ambito delle mie passioni e di questo mio cruccio, come al solito, parlai col mio amico professor Liori: «Contatti subito la professoressa Castelleni, le spieghi il suo problema e faccia pure il mio nome». Nello stesso istante scrissi una e- mail alla professoressa Castelleni, con la quale non avevo fatto nessun esame: l’avevo contattata un anno prima per chiederle spiegazione sull’esame di Lingua greca, ma poi non lo avevo sostenuto, poiché avevo scelto di sostituire quell’esame con quello di lingua latina. Mi sembrava quindi di averle fatto una specie di sgarbo con questo mio comportamento e contattarla per chiederle la tesi mi pareva una sorta di sfacciataggine. La professoressa Castelleni non mi rispose subito e io ero molto in pena, volevo laurearmi entro quell’anno ma, se nessuno mi avesse dato la tesi, avrei rischiato di dover preparare una tesi non significativa per le mie passioni.
In quei giorni di attesa scrissi al professor Prisco, docente di Storia della lingua italiana col quale avevo frequentato il corso monografico su Manzoni. Durante le sue lezioni parlando di Grazia De- ledda mi aveva detto che era disposto a seguirmi in una tesi sulla famosa scrittrice sarda. Questa alternativa mi piacque, ma il professore mi rispose che in quella sessione aveva molti laureandi e non mi poteva seguire, ma era disposto a farmi da correlatore, se avessi chiesto la tesi a un altro docente di Letteratura italiana. Qualche giorno dopo mi rispose la professoressa Castelleni, probabilmente sollecitata dal professor Liori, e mi accordò un appuntamento per assegnarmi la tesi; il tema era la morte apparente nel romanzo greco, ma ancora era tutto sul vago; mi assegnò la lettura di quattro libri di critica letteraria sui quali in seguito ci saremmo confrontati. Acquistai subito i seguenti libri: Il romanzo greco di Massimo Fusillo; Il romanzo antico di Luca Graverini; La letteratura della Grecia Antica di Antonio Scarcella; Il romanzo antico di Giuseppe Zanetto. In due settimane lessi due volte tutti i quattro libri e contattai la docente per informarla: mi disse di cominciare a scrivere qualcosa e poi inviarglielo, così avrebbe capito quello che volevo sviluppare nella mia tesi.
La professoressa Castelleni non mi scrisse più per tutta l’estate e io, non sapendo come comportarmi, continuai a scrivere secondo gli schemi che avevo adottato nelle mie lauree precedenti. Alla fine di agosto avevo finito la tesi e la inviai alla docente, nel giro di qualche giorno mi rispose dicendomi che andavano bene solamente i primi due capitoli: dal terzo capitolo in poi dovevo riprendere tutto daccapo per inserire il testo originale di tutte le citazioni con la mia traduzione e un mio commento personale; inoltre, in ogni commento dovevo inserire i passi delle tragedie greche a cui faceva riferi- mento l’autore del romanzo. Dovetti individuare i passi di morte apparente descritti nei quattro ro- manzi greci analizzati: Cherea e Calliroe di Caritone; Anzia e Abrocome di Senofonte Efesio; Leu- cippe e Clitofonte di Achille Tazio; Le Etiopiche di Eliodoro. Tutto il mese di settembre lo trascorsi a reperire i testi originali di questi romanzi in cui era trattata la morte apparente. Nel romanzo di Achille Tazio la morte apparente è inserita ben tre volte in circostanze diverse
La mia sempre amica professoressa del liceo classico Metta mi venne in soccorso procurandomi i testi originali con le relative traduzioni citate dagli autori. Nell’ultimo periodo la professoressa Ca- stelleni mi chiamava quasi tutte le sere dalla Sorbona, dove insegnava, e mi correggeva i paragrafi
che man mano venivo elaborando. Arrivai alla conclusione della tesi qualche giorno prima della sca- denza della presentazione in segreteria. Poi portai avanti tutti gli aspetti burocratici necessari per poter organizzare la dissertazione della tesi col titolo LO STRATAGEMMA DELLA MORTE APPARENTE NEL ROMANZO GRECO.
Alla discussione della mia tesi partecipò mia moglie con le mie figlie e i miei fratelli, nessuna delle mie sorelle. Una marea di gente si era accalcata nei corridoi antistanti l’aula prescelta per la discus- sione, come se aspettasse di partecipare a un evento sportivo. Fui il primo a essere chiamato per la mia esposizione: colto così tanto di sorpresa, mi era caduto il microfono dalle mani e non ricordavo più il discorso che mi ero preparato. La professoressa Castelleni mi ricondusse nella parte e riuscì a farmi esporre i principi fondanti della morte apparente: quello stratagemma che aveva rapito l’imma- ginazione e l’ingegno degli autori di romanzi e tragedie greche, li aveva indotti a giocare con la morte. Lo stessa στρατήγημα aveva rapito anche la mia anima e l’aveva condotta a vagare in meandri oscuri dove si celavano i principi fondanti del romanzo greco, gli stessi principi che hanno dato origine al romanzo moderno. Esposti questi concetti davanti alla commissione avvertii subito la sensazione che con tutte le mie fragilità avevo raggiunto il mio obiettivo.
CAP VIII
Il lavoro
All’improvviso mi sentii catapultato in un altro mondo che facevo fatica a percepire: ero abituato a pensare continuamente alle cose da fare subito e che non dovevo perdere di vista, senza pensare però alla realtà dei fatti, alle cose del momento. Ultimamente mi occupavo solo di ciò che non avevo portato a termine, che dunque era rimasto in sospeso: Non ho mai capito cosa abbia determinato in me quel modo di fare tipico di chi ha sempre in sé dell’incompiuto e ha necessità di tornare sul pas- sato. La conseguenza del sillogismo è quindi di non fare le cose del momento, quelle della realtà. Una frase che mi aveva scritto la mia professoressa di greco il giorno della laurea «si goda il bel risultato del momento, ho visto intorno a lei molto affetto!» mi aveva ricondotto alla realtà. Non essere contenti dei risultati raggiunti, forse, cela il desiderio di rifare le cose per raggiungere risultati migliori? Credo che in realtà siano parzialmente vere tutte le considerazioni che si possono fare. La cosa fondamentale è che ognuno di noi si comporta in relazione al proprio carattere e alla propria istintività, ma anche in relazione agli errori che sono stati fatti e nessuno vorrebbe ripetere. Credo che buona parte del mio comportamento istintivo derivi dall’esito delle mie due bocciature subite alle scuole elementari. Per due volte mi ritrovai quindi a dover cambiare classe con nuovi compagni e di conseguenza a lasciar perdere quelli vecchi: ma la cosa più importante era che dovevo colmare delle lacune che nessuno aveva mai capito che ci fossero. La mia classe delle scuole medie e quella delle scuole superiori erano formate, per la maggior parte, da compagni più piccoli di me di due anni. Questo primo disagio mi procurava il desiderio di non rimanere più indietro, e allo stesso tempo di recuperare le nozioni non acquisite prima. Questo concetto preliminare mi induceva a fare tutte le cose con una certa fretta senza perdere tempo, e a rendermi conto che il tempo lo stavo perdendo veramente non osservando con prontezza la realtà, lasciando fuggire dalla mia vita anche i bei momenti che non potevano ripe- tersi. Ricordo ancora con molto rammarico una scelta fatta subito dopo aver preso il diploma da geo- metra. Avevo saputo gli esiti dell’esame di maturità il 29 luglio del 1972 e il giorno dopo decisi, insieme al mio amico Giorgio, di organizzare una festa in casa di mio padre, insieme a tutti i nostri rispettivi amici e parenti: una festa con molto cibo, vino e canti. Alla fine della serata salutai i miei amici, con l’intento di incontrarli ancora nei giorni successivi alle feste degli altri compagni di scuola che abitavano nei paesi vicini. Il giorno dopo partii per Milano insieme a mio fratello Elia che aveva trascorso le ferie in paese e doveva rientrare in caserma ad Asti. Mi aveva proposto che, se fossi andato con lui a Milano, mi avrebbe pagato il viaggio: non me lo feci ripetere una seconda volta, ero squattrinato e avere la possibilità di partire senza pagare il biglietto mi sembrava una buona conve- nienza. Misi in valigia le cose indispensabili e partii senza dirlo a nessuno, tranne che alla mia fami- glia. All’arrivo a Linate trovammo Maria Grazia e Gigi che accompagnarono prima Elia alla Stazione
Centrale, il quale doveva continuare il viaggio fino ad Asti, poi, me a casa di Lalla, che l’aveva vuota, perché anche lei era andata in vacanza con la famiglia alle terme di Tabiano. Maria Grazia mi salutò velocemente lasciandomi anche le chiavi della sua casa di via Vespri Siciliani, perché anche lei stava partendo in ferie a Crotone dalla famiglia di Gigi, allora suo fidanzato. Nel giro di poche ore mi trovai catapultato dalla confusione della festa di diploma nella casa sconfinata di mio padre a Gonnostra- matza, alla solitudine della piccola casa di Lalla, zeppa di mobili e senza un filo d’aria. Era il primo agosto e dopo una giornata intensa e convulsa, mi ricordai che era il giorno dell’anniversario della morte di mamma: mi sedetti sul divano e mi misi a piangere come un bambino, come se mamma fesse morta in quel momento. Il pianto era convulso e agitato, a tratti urlato; era un pianto non ancora sfogato sebbene fossero passati sei anni. Per me il tempo non era passato, come se avessi ancora quindici anni e avevo un disperato bisogno di mamma: avvolto dalla stanchezza e dal pianto mi ad- dormentai sul divano fino al mattino seguente. Subito dopo il risveglio mi resi conto di aver com- messo un grande errore: avevo lasciato babbo da solo in paese, il quale aveva bisogno di me, per iniziare una nuova vita a Milano nell’incertezza più assoluta sebbene conoscessi parzialmente questa città. Infatti, durante le scuole superiori, nelle vacanze estive venivo per fare dei lavori che mi con- sentivano di avere i soldi a disposizione per le spese personali e pagarmi l’abbonamento del pullman per la scuola, ma a settembre rientravo in paese per il nuovo anno scolastico. Quest’ultimo viaggio l’avevo fatto senza un programma di ritorno, con un progetto implicito di una nuova vita, ma senza un minimo di raziocinio, in un momento sbagliato e trascurando momenti gioiosi che potevo godermi pienamente senza pensare ai programmi futuri. Presi coscienza della mia nuova realtà e andai in edi- cola a comprare il Corriere della Sera per vedere gli annunci di lavoro. Un ristorante di via Pisanello, nella zona di piazzale Brescia, aveva bisogno di un aiuto cuoco, e io, con la presunzione di saper fare quel lavoro mi presentai al colloquio. Mi presero subito come ausiliario di cucina e per tutti i lavori di supporto ai cuochi di quel ristorante, comprese le pulizie e il lavaggio delle stoviglie. I primi giorni lavoravo senza riflettere, immaginando che quello fosse solo un lavoro provvisorio che doveva ser- virmi per guadagnare qualche soldo e successivamente avrei trovato un altro lavoro più adeguato alla mia persona. Quando Maria Grazia tornò da Crotone, si rese conto che mi stavo impegnando in un lavoro che mi procurava solo stanchezza eccessiva e mi costrinse a licenziarmi. In quei giorni arrivò dal paese anche il mio amico Giorgio e rimanemmo insieme a casa di Lalla, anche lei rientrata da Tabiano insieme ai bambini e al marito. La madre del marito di Lalla, ci propose un lavoro, sempre provvisorio, alle mense delle ferrovie dello Stato, dove un suo cugino di Tonara faceva il direttore. Giorgio accettò di lavorare subito come addetto mensa, io decisi di iniziare qualche giorno dopo come cassiere turnista, per dare la possibilità alle cassiere di ruolo di fare il riposo settimanale. Per sei giorni alla settimana dovevo sostituire ogni giorno un cassiere diverso, il settimo giorno dovevo riposare io. Il mio lavoro si svolgeva in tre mense diverse: quella della Stazione Centrale, quella del deposito locomotive Milano Lambrate e quella del deposito locomotive di Milano Greco. Quasi sempre mi affibbiavano il turno di pomeriggio, perché c’era meno attività e avevo la possibilità di apprendere meglio le competenze. Più che altro bisognava rimanere attenti al conto dei prodotti che compravano i clienti e al resto dei soldi che bisognava rendere. Se alla fine del turno di lavoro mancavano dei soldi, bisognava metterli di tasca propria, se avanzavano, si potevano intascare. Per questo bisognava avere gli occhi sempre vigili e la mente attenta: esistevano delle strategie per evitare che ci fossero mancanze di cassa, magari facendo finta di sbagliare di dare il resto con piccole monetine, ma non bisognava esagerare, perché i clienti se ne potevano accorgere e si facevano brutte figure. Quel lavoro consentiva di mantenere la mente allenata con le operazioni matematiche, perché non c’erano i regi- stratori di cassa ma dei buoni specifici per ogni prodotto; quindi, bisognava fare velocemente la somma di valore dei buoni richiesti e il totale. Era un lavoro anche divertente e non richiedeva cono- scenze particolari. Come lavoro provvisorio andava benissimo, ma non poteva funzionare come la- voro definitivo, sia per la retribuzione molto bassa, sia per il tipo di impegno intellettuale per il quale non era richiesto nessun titolo di studio. In quel momento non avevo nessuna pretesa, avevo solo la necessità di uno stipendio minimo per non dipendere completamente dalle mie sorelle che mi davano ospitalità, ma non poteva essere un lavoro definitivo per consentirmi una vita autonoma e indipen-
dente. Sebbene il tipo di lavoro fosse poco impegnativo e poco remunerativo, aveva notevoli van- taggi: mi consentiva di lavorare sempre di pomeriggio con poco impegno, potevo pranzare e cenare sempre al lavoro e dedicare molto del tempo libero allo studio, dato che avevo deciso insieme a Gior- gio di iscrivermi alla facoltà di ingegneria civile al Politecnico di Milano, a due passi dal lavoro. Quest’aspetto mi rallegrava molto, mi consentiva di continuare a studiare col mio amico e compagno di scuola fin dalle elementari e di dare seguito agli studi seguiti nel corso geometri, con molte materie attinenti a quelle studiate al corso di ingegneria civile. Allora l’anno accademico iniziava a novembre ed ebbi tutto il tempo per farmi preparare i documenti da mio padre in Sardegna per l’immatricola- zione. Frequentai fin dall’inizio tutte le lezioni di analisi infinitesimale, geometria analitica e disegno che venivano erogate al mattino, ma non riuscivo a partecipare alle esercitazioni che si svolgevano al pomeriggio, quando io dovevo lavorare. Portai avanti questo stile di vita fino a maggio dell’anno seguente quando terminarono le lezioni e si poteva iniziare a sostenere gli esami. Andai diverse volte ad assistere all’ esame di analisi infinitesimale, ma la maggior parte degli studenti non lo superava: in aggiunta mi mancavano tutte le esercitazioni rispetto alla classe; quindi, ero meno preparato dal resto dei miei compagni. Mi resi conto che quel tipo di studio non poteva funzionare col mio modo di approcciarmi: anche se al lavoro avevo molte ore libere da dedicare allo studio, complessivamente i miei impegni riempivano la giornata senza lasciare spazio a un minimo svago. La mia sveglia del mattino suonava alle sei e rientravo a casa alle undici di sera: viaggiare con i mezzi pubblici, frequen- tare corsi all’università e passare otto ore al lavoro, a lungo andare, fecero calare il mio desiderio di andare avanti con gli studi di ingegneria fino al punto di non rinnovare l’iscrizione per l’anno succes- sivo.
CAP IX
Cambiamento dello stile di vita
Per prima cosa decisi di iscrivermi alla scuola guida per prendere la patente: avevo bisogno di più leggerezza senza pensare sempre allo studio che nell’ultimo anno mi aveva prodotto solo affatica- mento. Dovendo frequentare la scuola guida nella quale le lezioni di teoria si svolgevano di pomerig- gio, ero costretto a lavorare al mattino, cambiando così radicalmente gli impegni della giornata. La- vorando al mattino e frequentando la scuola guida nel pomeriggio, di sera potevo avere anche mo- menti di svago: fu così che tornando a casa un pomeriggio da mia sorella, conobbi una sua collega di lavoro, Anna, che era andata a trovarla. Parlammo insieme dei nostri reciproci interessi e, data la voglia di ascoltarci reciprocamente, decidemmo di incontrarci di nuovo da soli per un’altra serata insieme. A quella serata ne seguirono tante altre al punto che decidemmo di fidanzarci. Lei mi pre- sentò anche ai suoi genitori, ai quali piacevo tanto, ma mia sorella Maria Grazia mi consigliava di mantenere le distanze dalla famiglia per evitare legami frettolosi. Nel frattempo, presi la patente e acquistai subito una Cinquecento usata per andare al lavoro e per le mie uscite serali più tranquille. Al lavoro oltre che della cassa mi occupavo anche di inviare gli ordini ai fornitori, dopo averli prepa- rati col cuoco: non si trattava solo di dettare telefonicamente al fornitore la lista dei prodotti, ma anche determinare preliminarmente le quantità, cosa per me, allora, molto difficile. Collaboravo molto col cuoco, non solo per la preparazione degli ordini da trasmettere ai fornitori, ma anche nello stabilire i piatti da inserire nei menù. Avevamo deciso insieme di redigere dei menù mensili e farli ruotare stagionalmente. Avevamo fatto anche una lista delle grammature di ogni singola pietanza in modo da calcolare le quantità dei prodotti da acquistare. Avevo capito che per un primo piatto ci voleva una media di ottanta grammi di pasta per porzione e per il secondo di carne o pesce 100 grammi. Il pro- blema si poneva quando c’erano da servire due o più secondi, poiché non si sapeva quanti piatti di ognuno bisognasse preparare. Per far bastare in maniera equilibrata i piatti del menù e riuscire a ven- dere tutto quello che si era preparato, occorreva adottare diverse strategie nella distribuzione, e su queste strategie venivano istruite le donne addette. Per fare bene questo lavoro bisognava seguire bene gli schemi di studio forniti dalle scienze dell’alimentazione, ma il problema fondamentale rima- neva sempre quello di sapere ben cucinare per una ristorazione collettiva. Il rapporto col cibo in ge-
nerale mi lusingava molto e mi piaceva conoscere come si confezionavano le pietanze: cucinare si- gnifica creare e per fare ciò non occorrono solamente gli ingredienti, ma soprattutto la fantasia che, unita all’arte culinaria, dà luogo a vere meraviglie. Fin da bambino ero attratto dalla maestria che avevano mia mamma e mia nonna quando cucinavano o facevano il pane, poi da ragazzino durante le scuole superiori venivo a Milano durante le vacanze estive per lavorare nei ristoranti e, pur svol- gendo lavori di pulizie varie, era facile per me osservare come i cuochi maneggiassero il cibo. Avevo trascorso una stagione presso una famiglia nobile di Milano dove dovevo svolgere un ruolo di servizio a tavola come cameriere e dare ausilio alla cuoca in cucina. L’esperienza è stata per me indimentica- bile: dopo un breve periodo di formazione diventai autonomo e all’altezza del ruolo. Il lavoro fisico era notevole: facevo il cameriere in casa di un conte insieme a un’altra cameriera e a una cuoca; io ero addetto alle pulizie della zona giorno della casa, la cameriera alla zona notte; la cuoca alla cucina, ma al momento del servizio a tavola dovevamo essere coordinati e quindi bisognava collaborare. Il lavoro era molto faticoso, ma ben retribuito e dava molte soddisfazioni. I piatti che venivano serviti erano molto elaborati e scelti ad hoc per ogni colazione: sia la cuoca che l’altra cameriera erano sarde, ma occupavano il loro ruolo da trent’anni; io ero stato assunto solo per il periodo estivo, avevo finito il terzo anno dell’istituto geometri e a fine settembre dovevo tornare in Sardegna per frequentare il quarto anno. Quindici giorni prima che finisse la stagione, ricevetti una lettera da mio padre in cui mi informava che aveva deciso di risposarsi e si sarebbe stabilito a Roma con la nuova moglie, e io potevo andare a vivere con loro. Feci leggere la lettera alle mie colleghe che mi trattavano come un figlio e piangevano con me per questa situazione disgraziata: la cuoca, a Milano da 40 anni ma ancora vestita in costume sardo come le donne antiche, parlò del mio problema con la contessa, la quale mi convocò subito in un salotto così esordendo: «figlio mio! Tu sei un ragazzo straordinario e meriti un trattamento straordinario! Se vorrai rimanere in questa casa ti manderò io a scuola per frequentare il quarto anno dell’istituto geometri qui a Milano, ti chiederò solo di farci il servizio a tavola all’uscita di scuola e nel pomeriggio potrai essere libero per studiare. Pensaci e fammi sapere, il conte è già stato informato ed è d’accordo con questa proposta». Risposi con un pianto convulso senza dire una parola, le mie colleghe sentendomi così affranto corsero verso di me abbracciandomi. Il giorno dopo andai a trovare mia sorella Lalla, le feci leggere la lettera che mi aveva scritto babbo e le parlai della proposta che mi aveva fatto la contessa. «Tu vieni a stare a casa mia, siamo poveri ma siamo una famiglia, andrai a scuola come voleva mamma per te, babbo si farà un’altra famiglia». Il giorno dopo ringraziai la contessa per la sua proposta, ma le dissi che non potevo accettare, volevo rimanere in famiglia. Mi rispose che la sua proposta non aveva scadenza e potevo ripensarci in ogni momento. A fine settembre mi licenziai e mi trasferii a casa di mia sorella, mi iscrissi all’istituto geometri Carlo Cattaneo serali e di giorno trovai un lavoro come cameriere in una famiglia di artisti milanesi. Alla fine dell’anno scolastico mio padre divorziò dalla nuova moglie e io tornai da lui nuovamente in Sardegna per frequentare il quinto anno, quello del diploma con la mia vecchia classe.
Cap X
Il servizio militare e la morte di Giorgio
Non rinnovando l’iscrizione al Politecnico l’anno successivo dovetti partire per il servizio militare. Il 31 marzo del 1974 partii per Bracciano presso la caserma della scuola di artiglieria per assolvere ai miei obblighi di leva. Fu una partenza improvvisa, mi arrivò la cartolina di precetto solo il giorno prima della partenza. Arrivai nella caserma qualche ora dopo il previsto, dovuto al ritardo del treno e per tale motivo per poco non mi beccai una punizione prima ancora di essere arruolato. Tutto mi sembrava assurdo: la disciplina, il vestiario, il saluto con la mano al basco verso i superiori, senza parlare del cibo. I primi giorni furono terribili per via dell’addestramento per le marce delle grandi parate e dei corsi per imparare a sparare con i carri semoventi. L’unica cosa che mi piaceva era il tempo libero all’interno della caserma che mi consentiva di leggere e scrivere lettere ad amici e pa- renti, perché era l’unico modo di comunicare con l’esterno. Quando si andava in libera uscita, sempre con qualche amico, la destinazione era una trattoria per abbuffarci di cibo in modo da evitare quello della caserma, letteralmente immangiabile. Altro aspetto positivo era la possibilità di creare amicizie
perché i soldati della stessa batteria dormivano tutti nella stessa camerata e tutte le attività di adde- stramento, di docce, di mensa, si svolgevano in comune, ed era quindi molto facile instaurare rapporti di amicizia. C’erano ragazzi di tutta Italia e quasi tutti della stessa età: i disagi che si vivevano erano comuni e quindi facili da condividere in solidarietà. Quasi tutti avevamo la fidanzata lontana, quindi anche le relazioni d’amore venivano vissute a distanza. Quando arrivava la corrispondenza, ognuno si isolava sulla propria branda per godersi le tenerezze epistolari ricevute: qualcuno piangeva. Le confidenze fra commilitoni servivano anche da sfogo per le pene d’amore: si trattava comunque di relazioni fra ventenni e nessuno si strappava i capelli per la lontananza del proprio amore. Natural- mente qualcuno faceva leggere le lettere della propria fidanzata a qualche amico: a me capitava spesso di dover scrivere per conto di un amico che non aveva molta confidenza con la scrittura. Quello che emergeva era, comunque, una mancanza di affetto e tenerezza generale di cui ogni persona aveva bisogno. In quella caserma non concedevano mai licenze, tranne che per gravi motivi familiari, per- tanto i problemi affettivi emergevano facilmente. A lungo andare le attività intense del servizio mili- tare ti facevano dimenticare i problemi del mondo esterno. La relazione epistolare che avevo con Anna diventava sempre più flebile: era cominciata con lunghe lettere fatte di racconti minuziosi di tutto ciò che mi succedeva in caserma, ma di ritorno non avevo nessun commento sulle mie lettere, né notizie che riguardavano la sua persona; scriverci era diventato quasi un dovere; a Natale del 1974 le feci un regalo particolare, le comunicai che la nostra storia era finita, la decisione era arrivata spontanea, era venuta meno la corrispondenza delle nostre anime e, per quel che mi riguardava, ognuno di noi doveva sentirsi libero da ogni legame. Non rispose mai alla mia lettera e il suo silenzio non mi ferì né mi lasciò pieno di rancore. Era stata una parentesi intensa all’inizio della frequenta- zione, ma aveva perso peso a causa della distanza creata dalla mia chiamata alle armi: ho capito in seguito che, di fatto, non era entrata nella mia vita, era stata solo una comparsa. Mi mancava invece il mio amico Giorgio rimasto assente per quasi tutto il periodo del servizio militare: quando partii all’improvviso, non ebbi il tempo di salutarlo, e pensavo che lui avrebbe chiesto mie notizie alla mia famiglia; invece, contattai io sua sorella per averne e mi disse che anche lui svolgeva il servizio mi- litare a Trieste nel battaglione della brigata Sassari: fu così che si ripristinò il contatto. Con Giorgio avevo frequentato solo la quarta elementare e le superiori mentre lui frequentò la quinta e le scuole medie in un seminario di salesiani a Velletri; alla fine della terza media uscì dal seminario e si iscrisse insieme a me e a un’altra mia compagna all’istituto geometri. Eravamo gli unici studenti di Gonno- stramatza ad andare a scuola ad Oristano: la maggior parte degli altri studenti che frequentavano le scuole medie del paese confluivano ad Ales nell’istituto magistrale. Con Giorgio eravamo diventati amici già dalla quarta elementare, ma da quando ci eravamo iscritti all’istituto geometri il rapporto era diventato particolare per una strana combinazione di eventi: ci eravamo recati insieme al liceo ginnasio Decastro di Oristano per iscriverci al medesimo istituto, ma a me, che pure avevo studiato latino in terza media, e non avevo sostenuto l’esame, perché era facoltativo, non fu accettata l’iscri- zione. Decisi all’istante di andare a iscrivermi all’istituto geometri Lorenzo Mossa. Giorgio e Assunta si iscrissero anche loro al medesimo istituto. Eravamo tutti e tre molto amici, eravamo capitati nella stessa classe, quando tornavamo in paese all’uscita di scuola, subito dopo pranzo ci incontravamo ancora per fare i compiti assieme. Un brutto giorno Giorgio non si presentò all’appuntamento solito, in paese suonarono le campane per avvisare che era scoppiato un grande incendio: in casa di Giorgio aveva preso fuoco un bidone di diluente, ed erano rimasti sotto le fiamme sua mamma, due sorelle e due fratellini; uno di due anni con un grappolo d’uva in mano. Stavano imbiancando la casa perché la sorella maggiore doveva fidanzarsi con un ragazzo del continente e dovevano incontrarsi le fami- glie per festeggiare, e invece successe il finimondo. Giorgio si salvò per miracolo perché si trovava in una stanza diversa da dove si era sviluppato l’incendio, ma rimase anche lui parzialmente ustionato. Per molti giorni i telegiornali regionali e nazionali parlarono di questa terribile disgrazia: in paese fu proclamato lutto cittadino per tre giorni e quell’anno per solidarietà con la famiglia non fu celebrata la festa patronale di San Michele. Io e Assunta andavamo a trovare Giorgio a casa sua tutti i giorni dopo la scuola e, per distrarlo, gli raccontavamo le vicende delle giornate scolastiche, ma dopo un po' di tempo che stavamo in casa sua, scendeva un’ombra su di lui e capivamo che aveva bisogno di stare da solo. Ritornò a scuola molti giorni dopo, ma l’ombra della tristezza non sparì mai dal suo volto.
Ci diplomammo insieme, ci iscrivemmo insieme a ingegneria al Politecnico e lavorammo nella stessa azienda tutta la vita: poi è volato in cielo e io, con molta tristezza, l’ho salutato col mio canto.
A GIORGIO
De Jstavuru nabori
e fillu de Sabinu,
de arrazza cantadori
de jsura mingherlinu.
Nipote di Gustavo e figlio di Sabino, di stirpe cantautore, di stazza mingherlino
De formazioni collegiali
e disciplina rigorosa,
sa natura fu geniali
e s’indole gioiosa.
Di formazione collegiale e disciplina rigorosa, geniale di natura e d’indole gioiosa.
In su studiu fudi acutu e nodiu in sa scrittura,
in apparentia meda futu
e piticu de istatura.
Acuto nello studio sciolto nella scrittura, in apparenza furbo e piccolo di statura
Amicizia de infanzia
durada medas annus, cun meda cunfidanzia in sa gioia e is affannus.
Amicizia dall’infanzia durata molti anni, con molte confidenze nelle gioie e negli affanni.
In iscola fiaus cumpangius
e in su diploma puru, poi diventaus istrangius,
po s’orgogliu de saguru.
Eravamo compagni di scuola e anche diplomati insieme poi allontanati per l’orgoglio di entrambi.
Sa vida dda provau
cun su dolori nieddu,
de famiglia dd’at privau
da perdi su sciorbeddu.
La vita lo ha messo alla prova con dolore nero, privandolo della famiglia e del giusto senno
Candu incora fu pitiu sa tragedia cun dolori,
coru e menti dd’iat colpiu,
cramonendi po s’arrori.
Da ragazzo ha visto la tragedia con dolore, gli ha colpito il cuore e la mente, urlando per l’orrore
S’anima ferida bividi in trumentu,
s’amori po sa vida
ddu ghettada a su ‘entu.
L’anima ferita vive nel tormento, butta al vento l’amore per la vita
Adi imprassau sa gruxi
ke passadas de iskissioba,
adi agatau sa luxi in sa famiglia noba.
Ha abbracciato la sua croce subendo violenza, ma ha ritrovato la luce in una nuova famiglia
Dies nobas ddi obrexinti in sa vida scurigada, medas gosus ddi minexinti
po sa sorti scramentada.
Nuovi giorni si sono aperti nella sua vita buia, meritando godimento per la sua sfortuna
Sa terra ki scuturada
pricura sofferentia,
malis nobus ddi pricurada
ki ddu torranta in dolentia.
La terra si è aperta procurando mali e molto dolore
Est mamma in paradisu
ki cicada a su fillu,
aspetta cun sorrisu
su momentu prus tranquillu.
Ma sua mamma nel paradiso accoglie il suo bambino con un sorriso tranquillo
Antonio Giuseppe Abis
Cusano Milanino, 19 Giugno 2012
Cap XI
La nuova vita
Arrivò finalmente la data del congedo militare: tredici mesi intensi passati in maniera inenarrabile. Un anno abbondante passato lontano dagli affetti familiari, ma al cospetto di nuovi affetti che servono a far maturare la persona a colpi di momenti sgradevoli che incidono l’anima e la trasformano. Il giorno precedente il congedo lo passai insieme a tutta la sezione della batteria per scambiarci i saluti e i recapiti per i futuri contatti. Ci eravamo fatti tutti il giuramento di incontrarci dopo il congedo per passare ancora bei momenti con quelle meravigliose persone che avevamo avuto la fortuna di conoscere nel profondo. Con alcuni sono ancora in contatto, nonostante siano passati moltissimi anni, ma non ho mai più incontrato nessuno di loro. Dopo il congedo tornai per un mese intero al mio paese, Gonnostramatza: erano passati tre anni dalla mia ultima partenza improvvisa dopo il diploma, ma mi sembrava fosse trascorso un secolo. Trovai mio padre molto invecchiato dal tempo e dalle delusioni: il suo secondo matrimonio lo aveva molto segnato e impoverito economicamente, ma notai che mi accoglieva con molta contentezza. Era il tre maggio del 1975 e trovai la campagna sarda piena di colori, i bordi delle strade erano tappezzati di fiori di ogni specie. Il profumo di zagara riempiva il giardino di casa, gli ulivi erano già in fiore e gli orti brulicavano di mille verdure; lo spettacolo della natura si stava manifestando appieno. Rimasi un mese con mio padre, sistemai la casa come quando c’ero io tre anni prima, avevo aperto la cassapanca antica per far prendere aria ai tappetti sardi di mamma e rimisi in ordine la mia casa, quella che avevo ereditato da nonna Margherita, che stava
diventando lo sgabuzzino di tutti. Passai il tempo in mezzo ai ricordi e alle persone che tre anni prima avevo lasciato senza neanche salutare, ma sentivo che i luoghi e le persone le stavo salutando ora, piano piano: era un addio che stavo dando alla mia Sardegna. Dovevo riprendere il lavoro e decidere di continuare a operare nell’ambito della ristorazione collettiva, che prima di partire per il servizio militare mi stava appassionando, ma non c’entrava niente con gli studi che avevo seguito e non era un lavoro ben retribuito; l’iscrizione al Politecnico non l’avevo rinnovata, ma potevo sempre rinnovarla se avessi pagato le tasse arretrate. Mi aspettava un quadro con delle certezze anche se non pieno di grandi aspettative: potevo vivere a casa di mia sorella Maria Grazia, ora sposata con Gigi, avevo un lavoro che poteva essere un punto di riferimento importante, avevo una relazione sentimentale interrotta e non completamente risolta, ma mi interessava chiarire bene la mia posizione e dire ad Anna che la nostra relazione era davvero finita senza orgoglio e senza rancore, soprattutto per mancanza d’amore che era stato male interpretato.
Partii dunque dalla Sardegna per la mia nuova avventura milanese: ero carico di entusiasmo per la nuova vita che mi aspettava e che contavo di affrontare con più raziocinio di prima e meno frettolosità. Al mio arrivo contattai subito l’amministrazione delle ferrovie dello Stato di palazzo Litta per avvisare che avevo finito il servizio militare e potevo riprendere il lavoro: mi convocarono il giorno dopo per decidere in quale impianto collocarmi. Quando il responsabile dell’ufficio personale lesse la data del mio congedo, mi disse che la mia nomina era decaduta perché avrei dovuto presentarmi al lavoro massimo dopo una settimana dal congedo. Rimasi di ghiaccio, ancora una volta avevo compiuto un errore madornale, non essendomi informato prima sui termini di rientro dal servizio militare. Uscii da quell’ufficio con la morte nel cuore, pensavo di avere il lavoro come punto fisso; invece ero ancora in balia della mia stupidità. Andai a trovare i vecchi colleghi della mensa dove lavoravo prima di partire militare e mi consigliarono di andare subito dal sindacato, poiché i termini di rientro al lavoro dopo il servizio militare non erano scritti in nessun contratto. Andai subito al sindacato per esporre il mio problema, ma non mi promisero che avrei avuto esiti positivi. Intanto misi un’inserzione sul Corriere della Sera per un’occupazione come apprendista geometra presso uno studio tecnico di costruzioni. Tre aziende mi contattarono qualche giorno dopo l’inserzione per assumermi come disegnatore tecnico, ma lo stesso giorno mi contattarono anche dall’amministrazione delle ferrovie dello Stato per dirmi che il mio licenziamento era stato revocato. Ricominciai quindi a lavorare nello stesso impianto dove lavoravo prima di partire militare. Ripresi il lavoro di prima per tutta l’estate: a settembre mi diedero le ferie che avevo maturato prima del servizio militare e tornai nuovamente in Sardegna per altri quindici giorni, ma questa volta con la certezza di avere il diritto di goderle. Fu l’ultima volta che vidi la festa di San Michele e l’ultima volta che mi incontrai con tutti i miei fratelli e sorelle insieme: un’occasione capitata per caso, ma rimasta nella memoria di tutti i componenti della famiglia. Tornai a Milano in aereo insieme a una cugina e vecchia cara amica: una delle poche persone rimasta in paese dopo il diploma perché si era fidanzata con un ragazzo del posto, muratore e ben sistemato, con un progetto di vita insieme nel paese d’origine. Mi aveva confidato di aver rotto il fidanzamento col suo ragazzo perché una notte mentre tornavano da una festa si era fermato sulla piana di Siddi, l’aveva fatta scendere dalla macchina e, in prossimità de Sa Corona Arrubia, aveva cominciato a colpirla da tutte le parti con una violenza inaudita, poi l’aveva caricata in macchina e l’aveva trasportata a casa sua mettendola direttamente nel letto, senza che nessuno se ne accorgesse, perché era piena notte e tutti dormivano. Il giorno dopo lei non aveva avuto la forza di alzarsi dal letto, aveva detto ai suoi genitori che non stava bene e che aveva bisogno di dormire senza far nessun cenno all’episodio della notte precedente. Emilietta si era diplomata ad Ales all’istituto magistrale qualche anno prima e aveva già fatto delle supplenze nella scuola elementare del paese con l’intenzione iniziale di stabilirvisi, ma dopo questo episodio, senza neanche dirlo ai genitori, aveva lasciato il fidanzato e voleva andarsene dal paese. La mamma di lui, che non l’aveva più vista venire a casa sua, era andata a trovarla, scongiurandola di non lasciare il figlio perché era troppo innamorato e per lei avrebbe fatto qualsiasi cosa. «Certo! Anche ammazzarmi! Andate via e non venite più in questa casa». Aggiunse Emilietta e con queste parole congedò l’ex suocera. Capì con rammarico che certe persone non erano in grado di comprendere quelle brutture della vita e voleva solo fuggire da quel posto. Mi chiese se potesse venire con me a Milano e rimanere
qualche giorno da Maria Grazia in attesa di trovare un lavoro, anche come domestica. Io la rassicurai ancora prima di chiederlo a Maria Grazia, perché ero sicuro che davanti a una situazione del genere mai si sarebbe rifiutata di ospitarla. Partimmo dunque per Milano insieme, ci sistemammo a casa di Maria Grazia dormendo nella stessa camera: io ricominciai a lavorare e nel mio tempo libero accompagnavo la mia amica ai colloqui di lavoro. In breve tempo trovò un’anziana signora che la ospitava alla pari dandole la possibilità di lavorare da un’altra parte e chiedendo per lei solo la compagnia notturna. Emilietta rimase per molti anni nella casa della persona anziana lavorando come applicata di segreteria in un istituto di scuola superiore, poi si comprò la casa in centro a Milano, ma non se la godette per molti tempo: una malattia incurabile la portò presto in cielo a stare insieme ai suoi genitori.
A EMILIETTA
Un anima serena
S’è piobada in chelu nostu,
lebida ke falena
in paradisu picca postu.
Un’anima serena è volata nel nostro cielo, leggera come una falena, ha preso posto in paradiso.
Parenti mia carrabi,
cun sentidu dignitosu
amiga mia corabi
de affettu rispettosu.
Mia parente carnale con sensibilità dignitosa, amica mia del cuore con rispettoso affetto.
In d-onnya ricorrentia mia Sesi stada tui presenti, prenendi de alligria s’anima e sa menti
In ogni mia ricorrenza sei stata sempre presente, ponendo toni di allegria nell’anima e la mente
De bidda s’est partida
Po’ un amori ki est storrau
Mai s’est pentida
De su ki aat lassau.
È partita dal paese per un amore finito e non si è mai pentita di essersi lasciata tutto alle spalle.
S’est fatta una vida noba
Sena accumpangiada,
at bividu sempri soba
cumenti disigiada..
Si è fatta una nuova vita, senza compagnia, ha vissuto sempre sola come desiderava.
Emilietta mia adiosu
De custu mundu se partida
Tengias tui gosu
In s’atera bella vida.
Emilietta mia addio, da questo mondo sei partita, possa tu goderti l’altra nuova vita.
Tziu Migiu e tzia Adavigia
In s’ecca de su chelu funti in posa
Arricinti a sa figia
Cun is arrunzus de una sposa.
Tuo padre e tua madre sono in posa davanti alla porta del cielo per il lancio del grano alla sposa.
Custu cantu miu
ti dd’onu cun su coru,
po cantu apessi biu
de custu mindi onoru.
Questo mio canto te lo dono col cuore e sarò onorato di offrirtelo per il tempo che sarò in vita.
Io tornai a fare la vita di prima, ma non completamente soddisfatto: avevo desiderio di svolgere un lavoro più appagante e trovare all’Università una facoltà di studi più consoni alla mia persona. Al lavoro facevo turni di mattina o di pomeriggio a settimane alterne, quindi con tanto tempo libero che dedicavo volentieri alla lettura. Dato che avevo tempo libero, mio cognato Gigi un giorno mi chiese se potessi andare a prendere alla Stazione Centrale una sua amica che arrivava da Crotone, che sarebbe stata loro ospite per qualche giorno, anche lei in cerca di lavoro. Avevo tempo a disposizione e andai volentieri a prelevare l’amica alla stazione. L’appuntamento era vicino a una grande nave posizionata, in quel periodo, in mezzo alla sala antistante i binari della stazione. All’annuncio dell’arrivo del treno da Crotone mi recai in prossimità dei binari per cercare di individuare la ragazza col cappotto rosso, come mi era stata indicata: la individuai subito e la seguii con lo sguardo per capire se si sarebbe diretta in prossimità della nave. Successe tutto come da copione, gli sguardi si incrociarono e ci salutammo subito senza incertezze: ci dirigemmo verso la mia auto Cinquecento parcheggiata davanti la stazione. Parlammo del lungo viaggio che aveva affrontato per arrivare a Milano da Crotone e dell’impossibilità di trovare occupazione in Calabria. Passammo a prendere Maria Grazia a Cormano dove aveva sede il suo ufficio e andammo a casa sua a Limbiate. Mentre io preparavo la cena, Maria Grazia e Gigi conversarono con la loro ospite: l’argomento principe era sempre come trovare lavoro e Maria Grazie consigliava a Silvana di fare domanda per le attività parascolastiche ai comuni lungo la ferrovia nord, dato che anche lei era maestra di scuola elementare. Il giorno dopo io ero di riposo e accompagnai Silvana a distribuire domande di lavoro presso i comuni consigliati da Maria Grazia e a presentarsi a un colloquio per un impiego come babysitter pubblicato sul Corriere della sera. Fu una giornata produttiva, di buone aspettative per Silvana che sperava di trovare presto un lavoro, ma anche per me che, manifestando i miei dubbi e il mio desiderio di continuare a studiare, ricevetti da lei alcuni spassionati consigli. Anche lei voleva iscriversi al magistero della Cattolica utilizzando la maturità d’istituto magistrale che aveva sostenuto quell’anno: Aveva affrontato questa nuova maturità per avere più opportunità di lavoro, dato che con la sua prima maturità classica sostenuta cinque anni prima si poteva iscrivere a qualsiasi facoltà universitaria, ma non aveva opportunità di lavoro immediato. In un primo tempo si era iscritta ad Architettura a Napoli, ma per motivi familiari aveva abbandonato il progetto. Aspettava di trovare lavoro e iscriversi anche lei alla nuova facoltà umanistica dell’università Cattolica. Accettò subito l’impiego di babysitter a Milano, ma da lì a pochi giorni la chiamarono anche dal comune di Cusano Milanino per un incarico annuale sulle attività parascolastiche che accettò senza indugio. Nacque fra noi una bella amicizia, ricca di confidenze e sentimenti reciproci di tenerezza che ci portarono presto a maturare il desiderio
comune di stare sempre insieme.